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Due manager aziendali, lavorano nello stessa stanza da anni, un ufficio che accoglie l'intera esistenza dei due uomini talmente impegnati nelle loro vicende d'affari che vivono "segregati", colleghi assenti l'uno all'altro, presi dai loro impegni, dai loro ritmi, condividono passatempi scanditi da ritmi equivalenti. Giocano a squash, eppure manca il tempo di conoscersi, non hanno contatti diretti con il mondo esterno, un reality-show imposto dalla necessità di essere reperibili; mai assenti, sempre a vista, pronti ed efficienti, al punto da mostrare anche le loro attività più intime, il bagno è ripreso e proiettato su uno schermo, il grande fratello in questione non è un'entità anonima che li spia, ma loro stessi. Vite votate ad un inutile trasparenza eccessiva, dove manca un' entità intima umana. La stanza appare come un luogo di reclusione, le finte relazioni che andranno a stabilirsi saranno sempre sofisticate e alterate da un'artificialità imposta dal luogo e dal tempo. Nulla di vero, nulla di realmente sentito trasparirà nei loro convenevoli, nei loro dialoghi assurdi ed eccessivi. Un luogo dove nulla è lasciato al caso tutto organizzato alla perfezione, dove nulla può incrinare l'equilibrio imperturbabile che le luci delle lampade artificiali illuminano anche di notte come in un allevamento intensivo, nulla si può spegnere o fermare, i computer, i video, le immagini proiettate. Senza una vera pausa, neanche lo "stop" relax arriva realmente ad esserlo. Tra loro si consuma un gioco assurdo, una recita, una routine che nulla e nessuno può fermare tranne un black-out, ed è proprio questo l'incidente che accadrà, un calo improvviso di tensione elettrica e le lampade che prima di quel momento non si erano mai spente, vanno fuori uso, tutto si spegne, si arresta, nessun generatore supplementare interviene in ausilio, non funziona più nulla, i due ignari passeranno dall'incredulo allo sgomento più totale quando costateranno che tutta la loro vita pianificata non può proseguire, neanche la porta elettrica del bagno si apre. "Ha fatto buio!" non resta che questa constatazione stridula, sgrammatica ed infantile. Solo una labile luce d'emergenza nella stanza, la paura del buio, la perdita delle certezze spingerà i due nel lento, faticoso, necessario avvicinarsi in un bisogno di conforto, è il nascere di una relazione, finalmente si dichiareranno consapevoli del loro stato quotidiano malato. La diffidenza e l'assenza di contatto tra i due diverrà poco a poco uno stringersi, un condividere quello che i loro occhi appare come una sciagura. Il persistere dello stato di buio porterà all'esasperazione, fino a spingere uno dei due, con un calcio, a sfondare la porta, un'uscita d'emergenza rimasta sempre coperta dal fondale perché mai utilizzata. Decisi ad abbandonare il buio e attraversare l'uscio sulla vita, la libertà, realmente motivati in questa scelta e… messo il primo passo fuori, in quell'istante tornerà la luce nella stanza, tutte le macchine dell'ufficio ripartiranno, e, i due, quasi senza esitazione compiono quello che non ci si poteva aspettare, torneranno indietro chiudendo la porta e in pochi i stanti si lasceranno tutto alle spalle. Tutto come prima, ancora alle loro postazioni, ancora più in apprensione a recuperare il tempo improduttivo, e… la loro relazione così vera, nata poco prima sarà rimossa. Sceglieranno di non uscire, perché non hanno mai cercato quella via d'uscita, è accaduto tutto casualmente, e questo germoglio sano di desiderio di vita era frutto del fatto che non avevano altra possibilità rispetto al buio del loro ufficio. Rientreranno nel loro gioco di sempre riprendendo le prime battute del testo, e di quello che è stato il loro momento di consapevolezza non ci sarà più traccia. Lo spettacolo è quello della vita dell'uomo, inscenando una normalità chiaramente eccessiva, esagerata, malata, dalla quali emergerà chiaro il conflitto dell'uomo, la distruzione che avviene con estemporaneo divertimento, l'apparire per essere, tutte le forme di vizi e difetti umani.
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